I “SESTERZI” DI GIOVANNI CAVINO

FALSI O RIPRODUZIONI DELL’ANTICO?

 

 

Giovanni Cavino, contemporaneo di Benvenuto Cellini,  nacque a Padova nel 1500 ed ivi morì nel 1570. Fu orafo, medaglista ed incisore di gemme. Nonostante la sua indubbia perizia in queste arti, Cavino è noto per le sue perfette imitazioni di antiche monete romane, note come “padovanini”. Le notizie biografiche pervenuteci sul suo conto sono piuttosto scarne. Il padre Bartolomeo era incisore e da lui appresero l’arte i figli Giovanni e Battista. Dei due, Giovanni prevalse per abilità tecnica e ricchezza inventiva. La sua fama ben presto varcò la ristretta cerchia della città di Padova e la sua opera venne richiesta in diverse città, da principi e studiosi dell’epoca. Giovanni Cavino ebbe tre figli, Camillo, Vincenzo ed Antonio. Quest’ultimo fu l’unico a proseguire l’attività dopo la morte del padre, probabilmente continuando ad usare conii da lui incisi.

 

L’imitazione di oggetti di arte antica fu tradizionale nel XVI secolo a Padova, sede di una delle più antiche Università italiane. La frequentazione degli eruditi dell’epoca, in particolare di Alessandro Bassiano, autore di una biografia dei primi dodici cesari,  permise a Cavino di partecipare della nascente passione per le antichità classiche. Più di centoventi conii originali incisi dal maestro padovano sono conservati alla Bibliothèque Nationale di Parigi. Furono acquistati nel XVII secolo da una famiglia padovana e descritti da C. du Molinet in uno studio classico del 1692. E’ opportuno precisare che i “sesterzi” di Cavino nacquero come imitazioni dell’antico e non come falsi. E’ contro la sua volontà che le sue opere si diffusero nel nascente mercato antiquario, spacciate per monete antiche. A causa della perfetta esecuzione e del grande valore artistico di queste imitazioni, i “sesterzi” di Cavino entrarono nelle più prestigiose collezioni di antichità europee e furono considerati autentici da numerosi numismatici del passato (Barthélemy e Mionnet, ad esempio). 

 

 

 

I “sesterzi” del XVI secolo

 

Prima di bollare come falsi queste pregevoli riproduzioni, è opportuno  collocarle nell’ambiente antiquario ed erudito della seconda metà del XVI secolo. Roma era stata appena “riscoperta”. Il fertile suolo dell’Italia restituiva con prodigalità marmi, bronzi, monete, viste per la prima volta come importanti tracce di un vetusto passato e non come materiale da reimpiego. Il Cavino ebbe rapporti stretti con gli intellettuali della sua epoca, tra i quali divampava l’interesse per le cose antiche di Roma ed in particolare per le “medaglie” di cui si iniziava proprio in quel periodo uno studio scientifico e classificatorio. E’ bene precisare che l’identificazione dei personaggi rappresentati su monete cammei e marmi a quel tempo era tutt’altro che scontata. Proprio nella seconda metà del XVI secolo vedeva la luce l’opera fondamentale di Fulvio Orsini Imagines virorum illustrium, (1570, Roma) che affronta per la prima volta, confrontando monete, gemme intagliate e busti marmorei, la definizione sistematica del patrimonio figurativo antico. Fu il dato desunto dai nummi che permise di trovare il bandolo della matassa, dato che le monete riportano il nome dell’imperatore nella legenda, e sicuramente i sesterzi ebbero un ruolo centrale nel riconoscimento dei volti, dato l’ampio modulo della moneta. Il trattato, per il rigoroso metodo scientifico e l’apparato illustrativo, valse all’Orsini il titolo di “padre dell’iconografia antica”. Entro questa cerchia di persone giravano anche copie ben fatte, a scopo didattico, oggetti pregevoli da mostrare nel corso di discussioni, ma del quale il possessore aveva ben presente l’origine contemporanea.  Tuttavia,  se assolviamo il Cavino con i suoi intenti eruditi e speculativi, è fuori discussione che le fusioni successive prodotte a partire dai suoi originali sono falsi tout court, volti a frodare gli entusiasti neocollezionisti di anticaglie classiche, allora come ora privi di difese di fronte ad un falso ben fatto.

 

 

Produzione artistica

 

Possiamo distinguere nella produzione del maestro padovano tre tipi di monete:

1. monete classiche dalla tipologia completamente inventata, ma ispirata all’arte monetale antica.

2. varianti significative di monete realmente esistenti.

3. monete identiche agli originali, riprodotte con grande perizia e con uno stile molto simile a quello degli antichi incisori. Queste monete sono stilisticamente omogenee e molto fedeli agli originali, prive di quelle stonature stilistiche tipiche delle riproduzione moderne. L’assoluta credibilità di questa produzione ne decretò il successo sul mercato antiquario.

Sulla base delle caratteristiche stilistiche le monete del cavino sono ancora catalogabili in:

1. monete prodotte dal Cavino in persona

2. produzioni della sua bottega, anche postume

3. produzioni attribuibili ad altre botteghe padovane coeve.

 

L’attività del Cavino si incentrò prevalentemente sul periodo storico coperto dal testo di Svetonio “Vite di dodici Cesari”. Nerone, Galba, Vitellio, Vespasiano, ebbero delle magnifiche riproduzioni di alto livello artistico. Cavino, per amore di completezza, arrivò a creare anche sesterzi di Othone  e di Cesare, che pur non coniarono del tutto questa tipologia di moneta.

Alla sua bottega , forse  successivamente alla sua morte, sono attribuiti “sesterzi” ottenuti per fusione dai primi, di qualità nettamente inferiore. Queste monete fuse non hanno ancora cessato di fare la loro comparsa nel mercato numismatico e nelle aste. Alla serie dei dodici Cesari, con certezza attribuiti alla mano del Cavino, fecero seguito riproduzioni di sesterzi e medaglioni del II e III secolo, anche in questo caso ad esemplari coniati di qualità artistica superiore si aggiungono monete fuse di qualità artistica modesta. Il rapporto tra esemplari coniati e fusi è nettamente a favore di questi ultimi. E’ probabile che l’attività di produzione di sesterzi fusi sia continuata per un lungo periodo dopo la morte di Cavino, dato il largo favore che questi esemplari avevano raccolto.

 

 

Come riconoscere una imitazione di Cavino:

 

I “sesterzi” di Cavino si presentano con il tipico color giallo/nocciola dell’oricalco. Data la difficoltà ad ottenere lo zinco nel XVI secolo (la sua riscoperta era nell’aria ma ancora non era disponibile per la metallurgia di allora) è probabile che i tondelli siano stati ottenuti fondendo monete romane antiche oppure arricchendo la lega di stagno e piombo in alternativa allo zinco. Una analisi metallografica su questi esemplari produrrebbe sicuramente risultati interessanti. La maggior parte degli originali di Cavino sono di un colore nocciola chiaro (un colore molto simile alla tanto decantata” patina Tevere”), compatibile con l’invecchiamento della moneta in medagliere. Alcuni esemplari invece presentano delle patine aggiunte per rendere più credibile l’antichità della moneta. Tuttavia non ci sono elementi per ritenere che queste patine artificiali siano coeve con la produzione della moneta, anzi, è più probabile che siano frutto di interventi successivi, conseguenti a mutamenti del gusto dei potenziali acquirenti. Talune patine sono dense e nerastre, tipiche del gusto del XIX secolo, altre sono verdastre, ottenute probabilmente con lacche organiche, resine o esposizione a vapori di ammoniaca. 

Bisogna poi distinguere i sesterzi fusi da quelli coniati, ben più insidiosi. I falsi ottenuti per fusione sono identificabili per la presenza di rilievi molto attenuati e per le bolle d’aria rimaste intrappolate sulla superficie della moneta. Inoltre questi falsi fusi sono spesso riedizioni di scarsa qualità, facilmente riconoscibili. I “sesterzi” coniati invece sono di tale livello artistico da richiedere maggiore esperienza e conoscenza dello specifico conio, tuttavia alcune osservazioni possono aiutare:

-  i padovanini sono in genere troppo rotondi e regolari nel bordo

-  il tondello è troppo sottile

-  la perlinatura è in genere completa e ben in rilievo, cosa rara nei sesterzi antichi

-  le lettere sono basse e squadrate, soprattutto le N, la M è larga alla base e stretta in alto, la H e la D sono massicce e squadrate, la A e la V sono troppo esili e nette.

 

Gli originali coniati da Cavino (ma i conii furono usati ancora dopo la sua morte) sono piuttosto rari e possiedono un discreto valore commerciale, Essi costituiscono una interessante testimonianza  dell’evolversi del gusto e dell’amore per la classicità nel Rinascimento. 

 

 

 

La galleria

 

I “sesterzi” che seguono appartengono alla collezione di medaglie cinquecentesche di Giovanni Cavino delle Civiche Raccolte Numismatiche di Milano. Gli autori ringraziano il Dr Rodolfo Martini, curatore del gabinetto Numismatico di Milano, per la disponibilità offerta.

 

 

 

Giulio Cesare,  n° di inventario 1241 del Medagliere di Milano, esemplare coniato.

 Si tratta di una invenzione probabilmente di bottega padovana.

 

 

 

 

Tiberio per il Divo Augusto, inv. 1268 esemplare fuso.

Variante non esistente, nel sesterzio originale al posto del ritratto c’è  SC.

 

 

 

Caligola, inv. 1318 esemplare fuso e ripatinato.

La legenda a diritto è diversa dagli originali antichi (TRPIIIIP  invece che TRPOT)

 

 

 

Caligola, inv. 1333,  esemplare coniato.

 

 

 

Caligola, inv. 1346, esemplare fuso.

 

 

 

Claudio, inv. 1362  esemplare fuso e scurito.

 

 

 

Nerone, inv. 1386, esemplare fuso.

 

 

 

Nerone,   inv. 1389,  esemplare coniato e ripatinato ad arte.

 

 

 

Galba, inv. 1452 , esemplare fuso e dorato.

 

 

 

Galba, inv.  1429  esemplare fuso e ripatinato.

 

 

 

Galba, inv. 1442,  esemplare fuso, attribuibile a bottega padovana.

 

 

 

Othone, inv. 1489 esemplare fuso, “Sesterzio” d’invenzione, questo imperatore non coniò nominali in bronzo.

 

 

 

Vitellio, inv. 1513, esemplare coniato.

 

 

 

Vitellio, inv. 1518, esemplare fuso, patinato ad arte.

 

 

 

Vespasiano, inv. 1553, esemplare  fuso e ripatinato, attribuito a bottega padovana.

 

 

 

Tito, inv. 1592, esemplare fuso.

 

 

 

Tito, inv. 1607, esemplare coniato.

 

 

 

Domiziano, inv. 1627, esemplare coniato e ripatinato.

 

 

 

Adriano, inv 1660, esemplare coniato, di bottega padovana.

 

 

 

Antinoo, inv 1695, “medaglione” coniato.

Celebre riproduzione di un pregevole bronzo di Corinto coniato in pochissimi esemplari (Blum p. 36, A).

 

 

 

Faustina,  inv. 1730, esemplare fuso, di bottega padovana.

 

 

 

Elio, inv. 1685, esemplare coniato, di bottega padovana.

 

 

 

 

 

Inv 1636. Matrice per fusioni contenente 12 “sesterzi” uniti insieme (mm 112 x 143).

Si tratta di un “kit” per fondere monete dei primi dodici imperatori di Roma, i dodici cesari di Svetonio. Le monete di Cesare ed Othone sono completamente inventate, quelle di Augusto e Tiberio sono varianti non esistenti, le altre sono riproduzioni di sesterzi romani.

 

 

 

 

 

Nerone,   inv. 1389.

 

 

 

 

 

 

 

 

Antinoo, inv 1695.

 

 

 

 

 

BIBLIOGRAFIA

 

1. Bollettino di Numismatica monografia  4 II 2, 1989, a cura di Rodolfo Martini e Cesare Jonhson.

    Le medaglie del secolo XVI – Cavino.

2. Rodolfo Martini, Note per un “sesterzio” di Otho rinvenuto a Strozza (Bg) in valle Imagna,

    in Medaglia 21 (1987). Pp 6-32.

3. Lawrence Richard Hoe. The Paduans : medals by Giovanni Cavino. New York 1883.

4. Giovanni Gorini, New studies on Giovanni Cavino in “studies in the history of art” vol 21. (1987)

5. C. du Molinet, Le cabinet de la Biblioteque de Saint Genevieve, paris 1692, pp 92-118.

6.  Klawans Zander H. The Cavino dies in the Bibliotheque Nationale, Paris. (1991)

7.  Pesant Roberto. Additional notes on Giovanni Cavino, Renaissance medallist. (1987)

8. Reich, Joseph. Imitations of ancient coins : remarks by Dr. Joseph Reich at a meeting of the

    Chicago  Coin Club. (1950)

9. F Cessi, B Caon Giovanni da Cavino medaglista padovano del cinquecento. Padova 1969.

 

 

 

 

 

Busti affiancati di Bassiano (a destra) e Cavino (a sinistra),ritratti su una medaglia

celebrativa dell’opera storica di Bassiano, che non vide mai la luce.

 

 

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